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Vannini Editrice
mercoledì 8 settembre 2010
Introduzione al monografico, di T. Chiappelli

I testi raccolti in questo numero di Agorà esemplificano alcune delle piste di indagine imboccate dai gruppi di ricerca coinvolti nel progetto europeo INCLUD-ed – Strategie di inclusione e coesione sociale in Europa attraverso l’educazione (2006-2011) (1), finanziato nell’ambito del 6° programma quadro e coordinato dall’Università di Barcellona.
I gruppi di ricerca hanno condiviso un forte assunto di fondo: la convinzione che la scuola e, più in generale, i sistemi educativi abbiano la possibilità di essere trasformativi rispetto allo stato dei fatti corrente. Questa credenza, come è noto, non è affatto scontata né universalmente condivisa. Molti, al contrario, sono i teorici di impostazione riproduzionista, secondo i quali i sistemi educativi hanno per lo più una funzione conservativa delle strutture sociali e riproduttiva delle disuguaglianze in esse presenti, che determinano una gerarchizzazione di ruoli e prestigio: differenze di status socio-economico, di appartenenza a minoranze (linguistiche, religiose, diremo culturali nel senso ampio del termine), di genere o legate a caratteristiche personali, quali ad esempio la presenza di disabilità.
L’impostazione di ricerca di INCLUD-ed, al contrario, pur riconoscendo che di fatto spesso e volentieri i processi di scolarizzazione e di educazione tendono a ribadire e irrigidire l’appartenenza a categorie vulnerabili, innescando un meccanismo di ulteriore esclusione ed emarginazione, ha voluto scommettere sulla possibilità di poter individuare anche nel panorama corrente pratiche educative capaci di incidere sulla realtà sociale in senso inclusivo e trasformativo.
Per questo motivo il progetto si è articolato in varie fasi, dall’analisi sistematica della letteratura e delle ricerche in campo educativo, alla valutazione comparata di sistemi organizzativi e di pratiche correnti all’interno della scuola dell’obbligo, sino alla ricerca sul campo attraverso interviste, osservazione partecipante e dialogica, azioni di monitoraggio e progettazione, attuazione e valutazione di percorsi pilota.
Un caposaldo comune è stato quello di non limitare l’indagine al solo campo scolastico: per valutare appieno la capacità inclusiva del sistema Europa, proiettato almeno secondo le intenzioni a diventare effettiva società della conoscenza (European knowledge-based society o EKS), non basta guardare alla sola scuola, ma occorre volgere lo sguardo sull’impatto che essa riesce o non riesce ad avere sulle varie dimensioni sociali relative alla qualità di vita degli individui e dei gruppi. In particolare dunque, sono stati indagati i percorsi collegati all’inserimento lavorativo, abitativo, l’accesso ai sistemi sanitari e alle pratiche di prevenzione, e la dimensione fondante delle società democratiche: la possibilità di partecipazione sociale e politica. Giovani, donne, disabili, immigrati e appartenenti a minoranze culturali – con particolare riferimento alla tragica situazione del popolo rom – si confermano purtroppo le categorie a maggior rischio di esclusione su una o più delle dimensioni citate. L’essere esclusi da queste dimensioni si riverbera sulla possibilità dei propri figli di aver a loro volta percorsi positivi di vera inclusione sociale, a partire dal loro (talvolta mancato) ingresso nel sistema scolastico, dai risultati che vi ottengono, dalla fuoriuscita precoce dall’istruzione, dal non riconoscimento di competenze ed abilità acquisite in altre scuole o attraverso l’educazione informale o non formale. I sistemi (educativi) inclusivi sono interculturali. Devono esserlo per forza: l’unica maniera di poter accogliere e incentivare l’inclusione della diversità all’interno dei percorsi formativi è quella di riconoscerne il valore intrinseco, avviando processi virtuosi di conoscenza reciproca tra persone e gruppi umani. Ogni tipo di azione educativa che tenda a separare le persone, che ponga ostacoli alla creazione di ponti (culturali, linguistici… di rapporto diretto tra gli appartenenti alle varie fasce di popolazione presenti sul territorio) opera non solo contro la coesione sociale dell’Europa del presente e futuro, aumentando il rischio di approcci basati sui pregiudizi e gli stereotipi, fino a possibili derive xenofobe e razziste. Oltre a ciò, dalle analisi condotte, si evidenzia il fatto che tali approcci non riescano neppure ad ottenere il fine dichiarato: migliorare il rendimento scolastico dei propri studenti. Dalle ricerche svolte, al contrario, risulta che situazioni intrinsecamente differenziate, multiculturali, variegate – se ben gestite – tendono a produrre risultati anche curricolari ben al disopra di quelli ottenuti da situazioni omogenee (per classe sociale, lingua, cultura, genere ecc.). Non solo quindi è auspicabile imparare a gestire la diversità per creare relazioni positive e una mentalità accogliente: anche dal punto di vista delle capacità di apprendimento gli scenari multiculturali offrono maggiori stimoli e ottengono visibili (e misurabili) incrementi nei rendimenti. In ambito lavorativo ben lo ha capito la Microsoft, azienda leader mondiale, che per aumentare la propria creatività e innovatività, con fini di produttività – non certo per mero “buonismo” sociale – da tempo gioca la carta della diversità nei propri team di lavoro.

L’opzione interculturale dunque pare non essere mera conseguenza di una presa d’atto del fatto che la nostra società è oramai incontrovertibilmente multiculturale: essa deve porsi come scelta consapevole per evitare gli errori passati e presenti sia di sistemi ad approccio assimilazionista, che di fatto comprimono la ricchezza introdotta nello scenario attuale dalle tante diversità in campo, perdendone il prezioso apporto e innescando pericolose “rimozioni”, sia di sistemi ad approccio differenzialista, che tendono a creare piccole comunità separate e non comunicanti tra le varie compagini sociali, anche se spesso sotto il vessillo di offrire maggiore supporto e aiuto proprio ai gruppi svantaggiati. La scuola dunque – con le professionalità dei suoi operatori – può giocare un ruolo cruciale per i propri allievi e per la società: farsi promotrice di percorsi verso migliori pari opportunità per tutti, attraverso una revisione di metodi e contenuti, oltre che di struttura organizzativa. Ma, come anche la ricerca INCLUD-ed ha dimostrato, in questo la scuola non può essere lasciata da sola: occorrono strumenti, risorse, piani integrati e approcci multidisciplinari. Occorre un investimento forte da parte della comunità tutta: locale, nazionale, europea.

Nei saggi presentati abbiamo cercato di dare una idea del ventaglio di piste di indagine. Nel primo saggio, scritto dal team dell’Università di Barcellona, viene sinteticamente esposta la pratica dei gruppi interattivi all’interno di una concezione di comunità educante. Questo tipo di pratica ha ottenuto in vari paesi europei risultati strabilianti: in un caso strettamente monitorato dal progetto INCLUD-ed, ad esempio, una scuola a forte presenza di bambini stranieri e in area periferica disagiata, l’85% dei bambini ha superato le prove nazionali di area linguistica contro il 17% di risultati positivi ottenuti prima che il metodo dei gruppi interattivi nella comunità educante fosse adottato.
Nel secondo saggio, il team di ricerca rumeno pone l’attenzione al circolo vizioso tra situazioni di estremo disagio economico, processi di esclusione scolastica e emarginazione lavorativa. La situazione dei bambini rumeni in situazione di estrema povertà mette in luce una delle nuove sfide dell’Europa a 27: di attuare processi, anche a livello di sostegno socio-economico, per includere nei sistemi educativi e poi lavorativi le fasce povere di popolazione, tra le quali i rom sono sovra-rappresentati, in Romania e non solo. L’approccio tende quindi a sottolineare come problematica la situazione socio economica e non la dimensione culturale: mentre quest’ultima, grazie all’approccio interculturale può essere accolta in termini di ricchezza aggiunta all’interno del sistema scolastico, le situazioni di povertà sono di per sé escludenti e stigmatizzanti. Nel terzo saggio, il team sloveno indaga invece a livello di mondo del lavoro o comunque degli adulti se vi sia una contraddizione in termini tra economie di mercato e inclusione delle diversità. In questo senso, il già citato caso della Microsoft, al pari di altre organizzazioni spagnole – scelte tra varie altre possibili – mostra che anche in termini di competitività e innovazione i sistemi inclusivi non risentono affatto in senso negativo di scenari multiculturali: al contrario, li valorizzano puntando sui vantaggi che essi possono apportare al sistema aziendale nel suo complesso. Nell’ultimo saggio, a cura del team italiano, si ripercorrono alcune indicazioni della Comunità Europea e del Consiglio di Europa che spingono verso l’attuazione di una società basata sulla conoscenza – per tutti! – e individuano alcuni snodi problematici dei sistemi scolastici con particolare riferimento agli studenti immigrati/figli di immigrati o appartenenti a minoranze culturali.

Nota
(1) L’architettura del progetto (a sua volta suddiviso in 6 sottoprogetti tematici), i report di ricerca, le università e le istituzioni coinvolte e altre informazioni relative a INCLUD-ed sono reperibili al sito http://www.ub.edu/includ-ed/. Il team di ricerca italiano del Progetto INCLUD-ed, coordinato da Giovanna Campani dell’Università di Firenze, è composto da due ricercatrici principali, Tiziana Chiappelli e Olivia Salimbeni. La ricerca sul campo è stata svolta con la collaborazione di Fabio Fortuni.

Clicca qui per scaricare l'allegato CHIAPPELLI.pdf

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